Il capobranco è morto – Dott.ssa Barillaro

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Il mito del capo-branco è obsoleto. I cani non lo cercano, non sanno neppure cosa sia finché non arrivi la violenza umana a insegnarlo loro.
Quello che ogni cane cerca è una famiglia, e in essa trovare un ruolo importante ed evolutivo.
Noi umani come i cani, nella famiglia possiamo rivestire molti diversi ruoli, dialettici, flessibili, intercambiabili e legati alla situazione, al contesto, alla personalità e al livello di maturazione psichica e fisica.
Asservire un cane alle nostre finalità tramite la strategia del “capobranco” è una messa in atto di una forma di schiavismo. Si tratta di una relazione cristallizzata e necrotica. Il capo dice e il cane fa o non fa a seconda delle richieste.
È una categoria mentale inesistente presso i cani, i canidi selvatici, tra cui anche i lupi liberi.
Tutti i canidi (anche quelli apparentemente solitari come le volpi), hanno una grande aspirazione nella vita ed è quella di mettere su famiglia e di godersela, di godere delle relazioni familiari. Il valore etico è la condivisione di tempi, spazi e risorse per la comune prosperità. Il modello etico, perfezionato di generazione in generazione tramite la trasmissione culturale, è quello della promozione dei sentimenti coesivi. L’investitura dei ruoli non è rigida e la messa in atto delle proprie competenze è legata alle situazioni. Certamente anche i canidi, come tutti noi animali, hanno a che fare con i sentimenti collegati all’aggressività, come l’invidia, il rancore, la rabbia, l’angoscia, il terrore. Per questo è importantissima l’azione dei membri esperti del clan che conoscono questi sentimenti, li hanno già elaborati e non li temono. Li accolgono nei cuccioli e li educano. Ogni membro della famiglia ci ha a che fare, ma è inserito in un modello culturale trasmesso da generazioni di generazioni che promuove la capacità di gestire l’aggressività a favore della determinazione a rimanere uniti, nella grinta e nella capacità di concentrazione nelle battute di caccia.
Poi fra i gruppi sociali selvatici qualche adolescente riottoso e instabile o qualche genitore presuntuoso, “misantropo” o arrogante ci sono, a volte hanno temporaneamente fortuna, ma non rappresentano un modello sostenuto dalla società e non è certamente evolutivamente sostenibile. Anche nelle famiglie selvatiche la ricerca dell’equilibrio emotivo e psichico rappresenta un lavoro senza fine.
Tautologicamente parlando, l’educazione relazionale prevede un lavoro sulla relazione.
È un lavoro dialogante, a volte morbido, a volte serio, altre ironico, altre faceto, altre profondo, commosso, serio, severo, tenero. Qualunque siano gli stati emotivi umani e canini che lo attraversano entrambe le parti permangono nel dialogo, si raccontano, si comunicano, prendono gli spazi e i tempi che sono loro consoni. Si allontanano consapevoli che c’è sempre per loro la culla del rientro.
Nell’ambito di vita all’interno della società umana, cittadina, paesana, campagnola, spetta alla componente umana della famiglia aiutare quella canina a comprendere le dinamiche contestuali in cui viene inserito. Tenendo quindi ben presenti le regole sociali e naturali del luogo di vita, l’insegnante che si prende cura della formazione del cane avrà a cuore tutti i canali consentiti perché il cane possa farne strumenti di autorealizzazione.
Dialogare con un cane, aiutarlo a trovare la strada per portare alla luce i suoi desideri, la gioia del condividerli è un percorso relazionale impegnativo che ci rende insegnanti e allievi del cane, genitori e figli del cane, amici, soci, fratelli e sorelle, infermieri e assistiti.
Per servire il sentiero del cane occorre mettersi al lavoro profondo, quello che sonda le componenti più preziose dell’essere umano e le riscopre nel cane e in tutti gli altri animali.
Il primo passo di un’azione educativa e formativa non è “Agire”, ma “Ascoltare, Recepire, Osservare”.
La seconda è “Accogliere”, accogliere i gesti, i messaggi superficiali come quelli profondi, sottesi.

Parsifal, proveniente da un gruppo sociale selvatico di Bari – Nefertari, cane del villaggio dal Cairo (Egitto)
Il terzo è dialogare col messaggio profondo perché la personalità del cucciolo-bambino possa formarsi, possano esprimersi i talenti e i desideri più intimi.
Per esempio, se il bambino-ragazzo-cane (o bambina-ragazza-cagna) mi salta addosso, ascolto la reazione che produce in me il contatto col suo alito, il suo sguardo, le sue mani, forse pesanti, forse leggere, le sue unghie. Quali sensazioni sollecita, quali sentimenti. Mi ascolto.
Dopodiché provo a rispondere con una carezza, un contatto laterale, che scende dalla guancia al petto. Gli/le chiedo cosa desideri, quale messaggio mi stia recando, tramite posture, sguardi, parole, filastrocche.
Vuoi andare da qualche parte, vuoi un cibo, un oggetto, un momento di tenerezza, vuoi raccontarmi qualcosa, sei felice, sei preoccupato… Scopro la sua domanda. Provo ad esaudirla.
Il cane sente che coltivo il suo desiderio, si percepisce visto. Attenua la forza della richiesta, perché si sente indovinato.

Tristano e Isotta – ex randagini
Infine, quando il cane si sente pronto a sua volta a percepirmi, quando la sua ansia o angoscia ha mollato la presa, quando potrebbe interessargli il mio stato d’animo, posso provare a comunicargli cosa sento io quando mi affonda le sue unghie nella mia pelle, il mio dolore.
Massaggio le sue dita, lo aiuto a percepire il tono teso della muscolatura delle braccia, posso emettere qualche lamento… E anche in questo caso il cane si sente condotto in un percorso empatico di consapevolezza. Scopre di avermi fatto male e di essere già stato perdonato, prima che in lui nasca il rammarico o la frustrazione.
Il quarto è aprire ambiti, fare spazio perché questi sogni e desideri canini possano trovare realizzazione. Cercare attivamente spazi, luoghi tempi consoni all’espressione del sé canino. Anche se non siamo in grado di materializzare un bosco o di offrirgli la campagna sconfinata, il cane avvertirà lo sforzo che facciamo per andargli incontro e molto probabilmente compirà simmetricamente uno sforzo per collaborare al nostro, venendoci incontro. Per esempio, quando siamo costretti a passeggiare al guinzaglio e il cane tira con forza anelando a una passeggiata libera perdendosi all’orizzonte.
Se noi ci teniamo in contatto con lui o lei, se tutto il vissuto casalingo esce di casa con noi e si propaga lungo la passeggiata; se impieghiamo un guinzaglio il più lungo che ci sia permesso; se cerchiamo di assecondare i suoi desideri, seppur ansiosi e dispersivi; se ci sente presenti nelle annusate e soste a cespugli e stipiti; il cane o la cagna percepiranno di non essere soli, sentiranno che siamo assieme, e ci verranno incontro imparando a gustare il qui ed ora nell’ambito di ciò che è consentito, fiduciosi che davvero di più di così (misteriosamente, almeno per ora) non è consentito.
Invece di anelare alle albe del futuro lanciati verso l’infinito, sentiranno di dover viaggiare nel qui ed ora. Sentiranno che la loro delusione e rammarico a causa del confinamento della libertà è accolto, compreso. Percepiranno il nostro dispiacere a non poter proprio concedere altro. Percepiranno il nostro proposito a lavorare per migliorare.
Ci avvolgerà la loro gratitudine. Non accompagnati da cani sottomessi, depressi, falliti.
Siamo accompagnati da cani esperti di condivisione, capaci di amare quello che hanno perché davvero accompagnati, percepiti e molto amati.
In tutto il processo il compenso del padre-maestro e della madre-maestra consiste nella gioia che deriva dal percepire la crescita, l’evoluzione di colui o colei che crescendo, esprimendosi, ci è a sua volta maestro o maestra di interiorità e modalità di vita canina.
La reciproca riconoscenza, il riconoscersi l’un l’altro come persone con desideri specie-specifici, ma anche sovrapposti, paragonabili, è “l’effetto collaterale” di questo percorso, mentre la gratuità dell’impegno è l’unico mezzo possibile per l’instaurarsi di un rapporto radicato nella fiducia reciproca.
Per cui i ruoli che rivestiamo sia noi umani che i cani possono essere molteplici:
siamo genitori, loro ci sono genitori; siamo maestri, loro ci sono maestri; siamo allievi, loro ci sono allievi; siamo gli esperti, loro ci sono esperti; insieme siamo amici, siamo soci, siamo compagni …
La relazione affettiva profonda e autentica richiede un lavoro empatico coevolutivo in cui giocare assieme le componenti d’anima, mettendo in atto le capacità creative proprie, pronti a gioire della creatività canina.
Cinzia Barillaro
2 Gennaio 2016

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